07 Ott Il suicidio assistito ed il “diritto di morire”.
La Corte Costituzionale con il verdetto emesso il 25 settembre di quest’anno, ha definitivamente stabilito in merito al suicidio assistito, generando inevitabili polemiche, interrogativi e conflitti. Tutto parte dalla vicenda di Fabio Antoniani (Dj Fabo, un giovane rimasto tetraplegico e cieco a seguito di un incidente stradale) e Marco Cappato, colui che, poi, lo aiuterà a porre fine alla propria esistenza. E sebbene l’art. 580 c.p. sul punto sia chiaro ed inequivocabile, da questa vicenda sono scaturite domande e riflessioni sostanziali che non potevano essere sottese. Primo fra tutti un quesito: è reato aiutare una persona capace di intendere e di volere a porre fine alla propria esistenza, quando le sue condizioni di salute oggettive e le sue sofferenze fisiche o psichiche sono tali da rendere intollerabile la prosecuzione della propria vita? E così, al di là del caso in questione, la Consulta, interpellata sull’argomento, per quanto abbia raggiunto una conclusione prudentemente “salomonica” , non poteva non determinare consensi e opposizioni. Segnatamente, non è punibile, specifica la Corte testualmente: “chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. Non è chi non veda nella decisione della Corte il ruolo primario ed imprescindibile del diritto di autodeterminazione del malato, il quale però di fatto, non cela la mano di chi lo aiuterà a compiere il gesto finale. Ed è proprio quest’ultimo concetto che ha scatenato il disappunto del mondo ecclesiastico, sanitario ed anche laico. Il primo, a tutela del bene sacro della vita, il secondo invocando l’obiezione di coscienza e l’ultimo, da parte di chi diffida nella fedele applicazione di quanto stabilito. Si auspica, a questo punto, l’intervento del legislatore come la stessa Corte Costituzionale ritiene indispensabile nonostante il proprio pronunciamento, affinchè riesca a conciliare la sacralità della vita con il “diritto di morire”. Del resto, come scrive Kahlil Gibran, nascita e morte sono le due più nobili manifestazioni di coraggio.

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