Sentenze di Cassazione

Con sent. n. 50430/2019, la terza sezione penale della Suprema Corte di Cassazione, facendo proprio il recentissimo orientamento espresso dalle Sezioni Unite Penali con la Sent. n. 45936/2019, ha enunciato il principio di diritto secondo il quale è riconosciuta al Curatore fallimentare la legittimazione attiva ad impugnare, ai fini della revoca, il provvedimento di confisca disposto prima della dichiarazione di fallimento della società.

Nel caso di specie i Giudici di Legittimità hanno ritenuto legittima l’azione del Curatore tendente alla revoca del  provvedimento di confisca disposto sui beni appartenenti alla società, poi dichiarata fallita, in dipendenza della condanna, con il rito alternativo del patteggiamento della pena (art. 444 C.p.P.), per reati tributari.

 

 

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La Cassazione, con sentenza n. 25919, del 15.10.2019 si è pronunciata in favore dell’acquirente in una compravendita immobiliare avente ad oggetto un’area di fatto inedificabile, perché sottoposta a vincolo di destinazione da oltre mezzo secolo prima mediante una convenzione non trascritta, così dirimendo il sopravvenuto contrasto tra le parti interessate (venditore, notaio, Amministrazione Comunale e acquirente stesso).  Nella fattispecie, riguardo a quest’area, il Comune aveva successivamente assegnato un indice di edificabilità, tant’è che all’acquirente era stato rilasciato un certificato di destinazione urbanistica, dal quale si evinceva che l’area risultava essere libera da qualsivoglia vincolo di destinazione. Il notaio autore della stipula del contratto di compravendita, dal proprio canto, eccepiva la non conoscibilità di detto vincolo, atteso che esso non risultava trascritto  nei registri immobiliari. In ultimo il venditore asseriva, per parte propria, che il vincolo di destinazione iniziale non poteva evincersi in alcun modo poiché era stato annullato da una successivo riconoscimento di edificabilità dell’area; riconoscimento derivante da un nuovo piano urbanistico prodotto dall’Amministrazione Comunale stessa. La Suprema Corte di Cassazione ha, quindi, riconosciuto all’acquirente il diritto alla restituzione del corrispettivo, a suo tempo versato, individuando, per contro, il Comune quale responsabile del rilascio della certificazione di destinazione urbanistica che qualificava l’area edificabile, senza tener conto del vincolo preesistente. Tale vicenda solleva, inevitabilmente, il problema dell’individuazione del range temporale da considerare ai fini degli accertamenti e/o delle indagini normalmente effettuati nelle compravendite immobiliari a garanzia dei diritti dei terzi che, evidentemente come nel caso di specie, supera la soglia ventennale. E ciò, non soltanto e ancor più, nel  caso di vincoli storico-artistici che, per loro stessa natura, possono essere vetusti e, di conseguenza, non risultare trascritti, ma anche nell’ipotesi di vincoli derivanti da convenzioni private, che pur non essendo trascritte, vincolano ugualmente le parti.

La Suprema Corte di Cassazione, con Sent. n. 47287/2019 emessa dalla Terza Sezione Penale depositata il 21 novembre 2019, in relazione ai reati tributari di dichiarazione infedele e omessa presentazione, ha enunciato il principio di diritto secondo cui l’accesso al rito dell’applicazione della pena su richiesta delle parti deve ritenersi ammissibile solo quando il contribuente estingue integralmente i debiti tributari prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado.

Invero, il versamento delle imposte di cui ai reati dichiarativi, eseguito entro il termine per la presentazione della dichiarazione relativa al periodo di imposta successivo, costituisce causa di non punibilità purché sia intervenuto prima della formale conoscenza di accessi, ispezioni e verifiche o dell’inizio di qualunque attività di accertamento amministrativo o di procedimenti penali.

 

 

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La Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con sentenza n.30008/2019, ponendo fine al contrasto Giurisprudenziale insorto tra le Sezioni Semplici,  ha statuito che l’Agenzia delle Entrate-Riscossione ha piena discrezionalità circa la scelta del legale cui fasi assistere in sede contenziosa.

Secondo gli Ermellini, permane l’obbligo in capo all’Agenzia di rivolgersi all’Avvocatura dello Stato nei casi aventi notevole rilevanza, anche sotto il profilo economico, ovvero qualora la stessa Agenzia ne abbia stipulato specifica convenzione. Di contro l’Agenzia può rivolgersi ad avvocati del libero foro in tutti gli altri casi ed in quelli in cui l’Avvocatura medesima, sebbene ne abbia l’espressa riserva anche per convenzione, dichiari la propria indisponibilità ad assumerne il patrocinio.

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La Suprema Corte, con sent. 22061/2019, ha affermato il seguente principio di diritto:

«in tema di omesso versamento di ritenute operate quale sostituto di imposta, il profitto del reato consiste nel corrispondente risparmio di spesa e, in particolare, nelle disponibilità liquide giacenti sui conti correnti del contribuente alla data di scadenza del termine per il pagamento delle ritenute effettuate e non versate. Ne consegue che il sequestro, per essere qualificato come finalizzato alla confisca diretta del danaro costituente il profitto del reato omissivo, non può mai essere disposto, né essere eseguito, per importi comunque superiori ai saldi attivi giacenti sui conti bancari e/o postali di cui il contribuente disponeva alla scadenza del termine per il pagamento, né su somme di danaro acquisite successivamente alla consumazione del reato».

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Disaccordo a distanza tra Agenzia delle Entrate e Suprema Corte di Cassazione sull’importanza da attribuire ai motivi di ricorso rispetto al contenuto oggettivo dell’atto impositivo (nella specie la cartella di pagamento) ai fini della definibilità o meno della controversia. Secondo l’A.F. la lite avente ad oggetto la cartella di pagamento emessa a seguito di un controllo automatizzato ex art. 36/bis D.P.R 600/73 e art. 54/bis D.P.R. 633/72, non può essere definita ex art. 6 D.L. 119/2018. “A contrario”  i Giudici di Legittimità, riprendendo un orientamento costante, ritengono, che ai fini della definizione, debba essere dato risalto anche ai motivi del ricorso specie allorché il contribuente abbia dedotto vizi propri dell’atto e/o eccezioni attinenti al merito della pretesa.

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La Suprema Corte di Cassazione, con la recentissima Sentenza n. 11608/2019, prendendo le mosse dal principio giusta il quale il contraddittorio non soltanto è un istituto atto ad assicurare un dialogo  preventivo tra Fisco e contribuente per definire le rispettive posizioni giuridiche ma, altresì, costituisce uno strumento deflattivo del contenzioso, ha affermato che l’eventuale omissione documentale è sanzionabile con la preclusione amministrativa e processuale di allegare i dati ed i documenti non forniti in detta sede.

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La Suprema Corte di Cassazione, con la Sent. n. 11013/2019, ha ultimamente affrontato l’argomento della delega alla firma dell’avviso di accertamento.

Nel caso di specie gli Ermellini hanno specificando che per la validità della stessa è sufficiente l’ordine di servizio con l’indicazione della qualifica, senza alcuna individuazione nominativa.

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Con la Sent. n. 3518/2019, la Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto che la bancarotta per distrazione di beni o danaro possa essere desunta dalla mancata dimostrazione, da parte dell’amministratore, della loro reale destinazione ma che in ogni caso vada prima accertata l’esistenza reale dei beni o del denaro nella disponibilità della società medesima.

Nella specie l’omesso pagamento dell’Iva dovuta contabilmente non è da solo presupposto sufficiente a concludere che l’amministratore si è intascato le somme che avrebbe dovuto versare ben potendo, quest’ultimo, dimostrare che il danaro corrispondente all’IVA non risultava esistere nella disponibilità dell’impresa.

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